
Serve una scuola di umanizzazione per i giovani oncologi
Un’indagine di «The Lancet» richiama l’importanza degli aspetti relazionali nella cura dei tumori. Il comportamento dei singoli può fare molto in termini di accoglienza, comunicazione e vicinanza, che completano l’atto medico.
In un recente articolo di Lancet dal titolo The human crisis in cancer: a Lancet Oncology Commission si sottolineava, in modo autorevole da parte di una commissione multinazionale, come nonostante il miglioramento dei risultati in termini di sopravvivenza, l’assistenza ai malati di cancro sia sempre più carente nell’affrontare le dimensioni emotive, relazionali ed esistenziali. Dall’analisi in varie nazioni, emerge come pazienti e famiglie continuino a riferire di essere inascoltati, non supportati dalle strutture assistenziali, che danno priorità alla tecnica rispetto all’aspetto umano. L’attenzione sull’emotività, la chiarezza nella comunicazione e la continuità nelle relazioni sono citate come fattori di pari importanza rispetto all’efficacia delle cure. Per decenni, nel mondo, secondo la Commissione, si è guardato prevalentemente alla organizzazione, marginalizzando l’aspetto relazionale.
I danni che derivano da tale impostazione sono ampiamente avvertiti dall’utenza e vanno da sensazione di privazione dei diritti, disagio morale, erosione della fiducia verso le istituzioni. La Commissione spinge per un cambiamento del modo in cui l’assistenza oncologica viene concepita, erogata e gestita e auspica azioni concrete. I Ministeri della Salute dovrebbero rivedere le strategie con mandati chiari e finanziamenti specifici per cure psicosociali, formazione e organizzazione in tema di umanizzazione. Sarebbe una risposta a ciò che i pazienti ritengono importante, visto che là dove si è posta particolare attenzione agli aspetti umani della relazione, i vantaggi per i malati ci sono stati. Ma come risolvere il problema quando le risorse sono limitate? Nel 2026 il Servizio sanitario nazionale per funzionare e risolvere le carenze (medici in fuga, infermieri sottopagati, liste di attesa, tempi lunghi per il ricovero ecc.), avrà a disposizione 6,3 miliardi in più, ma pur essendo l’aumento più alto mai registrato in valore assoluto, non basterà.
Che fare allora per rispondere alle problematiche emotive, relazionali ed esistenziali dei malati? Nell’attesa che le istituzioni abbiano a disposizione risorse specifiche il comportamento dei singoli può fare molto in termini di accoglienza, comunicazione e vicinanza, azioni che non necessitano di grossi investimenti, ma hanno nella generosità e nella oblatività la completezza dell’atto medico. Questo già accade, in alcune oncologie del Paese, grazie all’impegno di alcuni, medici, infermieri e associazioni di volontariato. Oltre a ciò, il Collegio italiano dei primari oncologi medici (Cipomo) ha istituito una scuola di umanizzazione per giovani colleghi onde far crescere nella categoria la sensibilità su questi temi. Si cerca così, in attesa di tempi migliori, di dare una risposta, anche se limitata, ai bisogni di malati e famiglie.
Dott. Alberto Scanni
già Direttore Generale Istituto dei Tumori Milano
Corriere della Sera
del 15 febbraio 2026