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Perché adesso i vip parlano spesso delle loro malattie

Abbiamo il piacere di condividere e riprodurre qui l'interessante articolo apparso sul Corriere della Sera in data 12.03.2023 redatto dal nostro Consigliere dott.Alberto Scanni.

Perché adesso i vip parlano spesso delle loro malattie

A volte può esserci il desiderio di non essere soli di fronte a qualcosa che fa molta paura di Alberto Scanni*

Mai come in questo periodo i giornali riportano notizie di personaggi che raccontano la loro storia oncologica. Attori, sportivi, manager, imprenditori che senza alcuna remora raccontano sui social cosa è loro successo, le cure che hanno intrapreso, i tipi di interventi chirurgici e di medicine che devono assumere. Parlano delle istituzioni a cui si sono appoggiati, di chi li ha operati e di chi al momento li ha in cura e, anche questi ultimi, talora intervistati, raccontano quanto fatto o si sta facendo.

Molti malati si mostrano grintosi e positivi, altri più riservati, raccontano di loro, dei loro stati d’animo, di sguardi indiscreti di amici e conoscenti al punto da indossare quattro maglioni per nascondere il dimagrimento o di copricapi speciali per non far vedere la calvizie indotta dalle cure.

Viene fatto di chiedersi cosa c’è dietro la voglia di questi malati di raccontarsi. Certamente il desiderio di non essere soli di fronte a una malattia che fa ancora paura. La voglia liberatoria di comunicare la propria esperienza, il desiderio di sentirsi dire da altri come ne sono usciti, trovare quiete alle domande che si affastellano nella loro mente e un senso di continuità della vita per uscire dal tunnel che sembrava non avere risposte.

La malattia spesso induce a chiudersi in sé stessi e il sapere che c’è qualcuno che ha, gli stessi problemi conforta e da speranza. Una speranza che, a fasi alterne ti prende e ti abbandona, da pace e angoscia, ma che non puoi abbandonare per poter tirare avanti. Alcuni ce la fanno, altri purtroppo no, ecco allora che la stampa aggiunge notizie a notizie, racconta il loro stoicismo nell’accettare cure e controlli, gli ultimi attimi e il coraggio avuto nella battaglia.

Quali le riflessioni?

La prima, che non bisogna avere paura di nominare la «brutta malattia», la parola è stata sdoganata. Si parla liberamente di una malattia che va considerata al pari delle altre, e non deve causare discriminazione nella vita quotidiana e sul posto di lavoro. 
La seconda è che per i tumori c’è ancora molto lavoro da fare e che, anche quando in alcuni casi ci sono buoni risultati, la battaglia non è ancora vinta e il cancro continua a scombussolare le famiglie. Che la ricerca deve essere potenziata, che i finanziamenti devono essere più sostanziosi, che l’impegno nella prevenzione deve essere assoluto. 
La terza, che divulgatori, giornalisti e opinionisti devono essere discreti nel raccontare le vite degli altri, devono evitare notizie roboanti di battaglie in corso e soprattutto non indugino su terapie di non comprovata efficacia.

L’argomento è delicato e va maneggiato con cura rendendosi conto che notizie mal poste hanno un impatto devastante su chi vive queste situazioni e che comunicare la vittoria o la sconfitta della malattia, incide in modo differente sul futuro dei singoli.

Alberto Scanni
*Già Direttore Generale - Istituto Tumori, Milano

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