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Il paziente con la sua esperienza di vita spinge chi lo cura a riflettere sulla sua professione

Un giorno una mia anziana paziente, una professoressa, portatrice di un tumore molto avanzato, abbandona l’idea dell’eutanasia (non voleva essere di peso in famiglia) e decide per quanto gli resta da «vivere», di impegnarsi ad aiutare il nipote a fare la maturità. Un grande insegnamento: mettere vita nella vita che le restava.

All’università si insegna a fare il medico, ma nella pratica, dopo la laurea, saranno i malati con i loro gesti e il loro modo di essere a completare la tua formazione.

I malati ci formano. Sono in grado di dimostrarci, come ha fatto quella anziana professoressa, che il fine vita è pur sempre vita e che in quel contesto ci sono ancora cose da fare. Gesti unici, irripetibili, atti da donare ai chi resta. Gesti che, osservati, ci aiutano a capire la psicologia del malato, quali comportamenti tenere, e quali suggerimenti dare in casi analoghi.

I pazienti ci orientano, ci fanno capire che cos’è la pazienza, ci inducono ad affinare i nostri comportamenti, ci spiegano le loro paure. Ci aiutano a capire col loro «stato» che non dobbiamo essere arroganti, che la medicina non è solo tecnica, ma vicinanza, umanità, ascolto, parola ben detta, compassione e consolazione. La loro situazione ci mette alla prova sulla capacità di fare sintesi tra tecnologia e valori umani, ci illumina su cosa deve essere un ospedale, non un’azienda, per clienti ammalati ma luogo non speculativo di accoglienza e umanità. Tutte cose che non stanno sui libri, che non escono dalle cattedre universitarie, ma che si imparano strada facendo. I malati ci fanno capire con le loro storie che non siamo onnipotenti, che la medicina non è una scienza esatta, che dobbiamo migliorare nei rapporti umani, che tra ricco e povero non c’è differenza, che va portato rispetto, sempre e comunque, a chiunque.

Che la disponibilità dovrebbe essere una nostra virtù, che un malato può essere scontroso o pretenzioso, ma non è un buon motivo per perdere in gentilezza e oblatività. Il medico è la sua ancora di salvezza, colta e preparata, comprensiva e pronta ad aiutarlo a fargli capire che la vita va comunque ancora vissuta e riempita di contenuti positivi. Di fronte alla malattia ogni uomo, medico compreso, risuona con le sofferenze dell’altro. Il malato con la sua malattia ti «tocca» consciamente o inconsciamente e ti spinge anche a guardarti dentro, a riflettere sulla tua professione, a scavare nel tuo vissuto, sul tuo credo, sulla concezione di vita, sul senso delle cose e degli accadimenti.

Il malato ti è maestro, è un libro aperto che va letto giorno per giorno con l’avanzare della malattia e come diceva Galeno, medico dell’antica Roma: «optimus medicus sit quoque philosophus amicus et gratiosus (l’ottimo medico sia anche filosofo nonché amico gentile)».

Dott. Alberto Scanni
già Direttore Generale Istituto dei Tumori Milano

Corriere della Sera
del 9 novembre 2025

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